Popoli nei documenti

Ecco cosa scrisse uno dei primi liberatori:

“A Popoli sostavano tutte le diligenze e si procedeva al cambio dei cavalli. (da una memoria locale). Il paesaggio andava perdendo il suo aspetto gradito. In lontananza, non comparivano più le colline, dalle tante gradazioni di colore nella luce del tramonto, le masserie isolate, gli alberi verdi. La strada asfaltata spariva veloce sotto le ruote degli autocarri, incontrandosi in mezzo a delle montagne brulle, ricoperte di cespugli magri e tenaci. Gole di Popoli, si leggeva su una targa stradale, sforacchiata. Con il tramonto del sole, anche l’aria, forse per effetto delle rocce circostanti, aveva acquistato una tinta grigia. La strada correva parallela al terrapieno della ferrovia, attorno infittivano i crateri di terra, provocati da un bombardamento aereo. Le zolle frantumate si raccoglievano ai margini dell’esplosione; gli alberi caduti, sradicati o bruciati dalla vampata. Quando le bombe erano cadute sui binari, questi si erano improvvisamente divelti e mentre uno si levava contorto in alto, l’altro, uscito fuor del terrapieno, sembrava un enorme serpe rugginoso. Nel fondo di anguste valli erano edificate piccole centrali elettriche. Solo adesso riuscivamo a renderci conto del perché di tanto accanimento. L’acqua dei bacini, non più rattenuta, precipitava a rivoli e a cascatelle dalle chiuse squarciate. Gli alti pali di ferro che reggevano i fili metallici, riversi al suolo, tagliati alla base. Anche quelli in legno, spezzati. I fili si aggrovigliavano in un intrico di riflessi lucenti. Questa volta la desolazione era maggiore, i campi erano tutti chiazzati dalle larghe cavità provocate dalle bombe. Anche la strada, frequentemente interrotta, obbligava a delle deviazioni la colonna dei nostri veicoli. Cominciavano a mostrarsi i primi fabbricati della periferia di Popoli. Ovunque, scheletri di case; le macerie elevavano bianchi pendii. Le saracinesche dei negozi, gonfiate all’interno dalle esplosioni. Sulla piazza principale luccicavano minuti frammenti di vetro. Il silenzio delle cose morte avvolgeva lo scenario delle pareti diroccate, dalle finestre vuote si scorgeva il cielo. Poche persone dimesse facevano ala al nostro passaggio; dei bambini sollevarono verso di noi le facce smagrite. Sembrava che le distruzioni non dovessero aver più fine. Un fiume, la Pescara, tagliava in due il paese; le arcate di un ponte fatto saltare in aria con le mine, apparivano recise di fresco al pari di due moncherini. L’acqua intorno ai piloni sgretolati formava mille gorghi. Gli autocarri si radunarono presso una radura che a prima vista dava l’illusione di essere un campo, gonfio di alta erba verde. Invece era un acquitrino formato dalle acque straripate dagli argini rotti. Si aveva l’impressione di camminare all’asciutto in mezzo all’erba, poi, improvvisamente si affondava nell’acqua sino a mezza gamba. I soldati brontolavano nell’allestire le misere tende sui rari ripiani rimasti ancora all’asciutto. Tutte le volte che ci accadeva di passare attraverso simili devastazioni, quelli che avevano le dimore nei punti non ancora raggiunti dall’avanzata, si facevano pensierosi e preferivano non guardare. Ora le montagne circostanti impedivano ogni visuale. Nemmeno un albero da frutta, ma salici dai rami penduli e distese di ortaggi immiseriti dall’incuria. Il gracidio delle rane e il ronzio delle zanzare impedì il nostro riposo. Al mattino, i paesani affluiscono presso le nostre tende. La constatazione che siamo italiani li induce a parlare delle loro condizioni. Patiscono la fame. Durante l’inverno, mentre i bombardamenti aerei anglo-americani diroccavano le case, loro avevano trovato rifugio nelle grotte scavate nei monti. Erano ridotti a cibarsi di erbe bollite. Niente pane, niente grano, tutto requisito dalla truppa di occupazione tedesca. Domandano qualche vettovaglia, con estremo ritegno. Immaginano che siamo abbondantemente previsti di viveri perché ci danno da mangiare gli inglesi. I soldati, con un gesto di muta protesta, mostrano l’unica scatoletta di carne, sempre quella, ormai divenuta disgustosa per la lunga assuefazione. Anche il nostro rancio italiano, con l’avvicinarsi dei trasferimenti, si va facendosi insipido e scarso. Fra le tende circolano ragazzetti, lavano le gavette, fanno piccoli servizi per un pezzo di pane o alcune gallettine. Prima di noi, nello stesso punto, stavano accantonati i tedeschi. Avevano scavato strette buche per ripararsi dalle granate, i rami tagliati degli alberi mascheravano gli autocarri. Una giovane donna, vestita goffamente ma con qualche pretesa di eleganza, passa nella strada, diretta al paese. Suda sotto il sole, le sue gambe sono ricoperte da un paio di calze di seta, chissà come miracolosamente superstiti. È una maestrina. Racconta i disagi dell’inverno, le bombe che venivano giù dal cielo a sgretolare le case, la penuria di viveri. Prima di andarsene ristà un momento incerta, alcuni di noi le offrono del pane. Ringrazia mentre un lieve rossore le colora le gote pallide. Non mette conto d’andare in paese; non c’è nulla che attiri. Le vie sono ingombre di rottami e di macerie, occorre compiere dei diversivi per superarle. Entriamo nei cortili disabitati delle case. Par proprio che una mano gigantesca si sia divertita a scuotere giù intere pareti, risparmiandone soltanto gli spigoli. L’interno della chiesa è disseminato di schegge di vetro, tutte le vetrate sono andate in frantumi, graffiando il pavimento. I passi risuonano senza provocare echi, nelle navate buie e deserte. Le sedie spagliate risultano ammucchiate confusamente negli angoli. C’è una puzza di muffa e di vecchi parati. Percorrendo quella che era una strada ci si imbatte in un negozio. Visto dall’esterno sembra intatto, ma la saracinesca si mostra gonfiata dall’ammasso delle pietre che premono internamente. Campeggia ancora l’insegna a lettere dorate su un vetro nero: Calzoleria Pietri. Sono arrivate delle grosse macchine in dotazione dell’esercito inglese, costruite per liberare le strade dalle macerie. A ridosso di un muro sbrindellato, una ragazza imbellettata tenta gli approcci con il conducente di una di queste escavatrici. Gli sussurra, volubile, parole in italiano o riecheggiando i pochi motti nell’inglese approssimativo, usate dalle ragazze da conio. Poiché il militare sembra non capire o si diverte a fingere, sperimentato da precedenti esempi, allora la ragazza, per non lasciar dubbi, si solleva la gonna fino alle cosce. Un civile, evidentemente il ruffiano, si mantiene poco discosto e sorveglia l’andamento delle trattative. I soldati fanno la voce grossa, voltandosi a sghignazzare dietro la coppia. Sentendosi osservata, la ragazza reagisce con una breve alzata di spalle, poi torna a strofinarsi vicino al suo avventore. È ora di fare rientro nelle tende. Il viottolo seguito è tutto un succedersi di pozzanghere, causate dall’acqua del fiume che si è riversata dalle sponde. La corrente della Pescara affluisce assumendo una tinta verde cupa, forse per via di queste montagne che rimandano il loro colore. Sul bianco muro di una casa, rimasto intatto, spicca a grossi caratteri, una scritta in tedesco, fiancheggiata da una freccia indicatrice. FRONTLEISTELLE. All’accampamento, alcuni soldati si recano a prelevare la loro razione di rancio. Reggono le gavette fumenti di una poltiglia verdastra: la consueta farina di piselli, glutinosa maleodorante. Dei bambini e delle bambine scalzi, li seguono a breve distanza. Non chiamano e non domandano: solo nei loro occhi meravigliati si legge una straziante fame.” (Rivista Abruzzese di Studi Storici dal Fascismo alla Resistenza, Anno V, N. 2, 1984)

A Popoli i bombardamenti e le demolizioni operate dai tedeschi risultarono aver distrutto il ponte stradale sul fiume Aterno, l’ospedale civile, la scuola, la ferrovia e la chiesa di San Domenico, la locale fornace di laterizi, mulini e pastifici, oltre 330 alloggi, con altri 500 gravemente danneggiati. (Lucia Serafini)


“Sempre per la sua posizione strategica nell’ultimo conflitto mondiale subì l’occupazione tedesca, con comando delle SS, e fu violentemente bombardata in più occasioni (1943/1944). Fu meta di passaggio del fuggiasco Re verso Pescara e del gruppo del Gen. Skorzeny diretto a Campo Imperatore a liberare il Duce. “Mors, che non poteva correre il rischio di vedere i suoi uomini coinvolti in combattimento già all’inizio del percorso, si era visto costretto a cambiare strada. Da Monte Porzio optò per un percorso che attraversava Valmontone, Ferentino, Sora, Capistrello, Castelvecchio, per quindi
reimmettersi sul tragitto originale nei
pressi di Avezzano da dove poteva proseguire in direzione di Pescara, e infine svoltare a Popoli”.
(Marco Patricelli)


“Noi per due giorni andiamo in un colle sopra un torrente e poi in autocarro si fila a Popoli. La cittadina abbruzzese (sic) ci accoglie cordiale. In essa vi sono grandi masse di macerie non ancora sgomberate, la stazione ferroviaria è un mosaico di rottami e le rotaie divelte restano immobili ancora a mezzaria stranamente contorte. Qualche ragazza bella e sciupata con il volto assai tinto sorride promettendo amore, alle piume dei Bersaglieri che passano in corsa. Restammo a Popoli per qualche giorno… “ (Luigi Fornaini)


Per la detta sua posizione centrale, Popoli ha subito il passaggio delle truppe tedesche in ritirata, “Qui (Alanno) non vi sono tedeschi e nemmeno se ne vedono, se non quelli che transitano con la ferrovia, mentre gli automezzi e le autocolonne si valgono della nazionale l’Aquila – Popoli – Chieti che è al di là del fiume Pescara”. (Aldo Rosero)


“Lungo le gole di Tre Monti, ed a Popoli, una cittadina molto vivace a 250 m. sul mare, i partigiani resistettero per molto tempo ai Tedeschi con azioni di guerra e di sabotaggio”


Ci ricorda, e a ben ragione, il Prof. Fernando Damiani: “In verità si dovette attendere più del previsto, tanto è vero che il primo a mettere piede nell’abitato fra i rappresentati delle Forze Alleate fu un maresciallo della Brigata Maiella, il concittadino Vincenzo Alberico”.


Il 10 ed 11 giugno 1944 gli Alleati annotavano in loro un loro scritto “…questa Divisione si ritira ugualmente nell’entroterra. Si scoprì che Popoli era poco difesa e fu occupata da noi … “.

5° Corpo d’Armata. Sommario di intelligence N. 32, per il periodo12 giugno 1944.

Fu dato l’ordine per le retroguardie di lasciare POPOLI e alle truppe della 278^ Divisione di attraversare il fiume Pescara “… le nostre pattuglie si trovavano tra Sulmona e POPOLI che i tedeschi avevano abbandonato e la stazione a due miglia a nord di POPOLI, città dove avevano fatto cinque prigionieri, caduti nella rete tesa dalla retroguardia rimasta della 114^ divisione cacciatori”.


4° IND. DIV. Sommario di intelligence n. 16. POPOLI era considerato un importante snodo e fu occupata da noi in movimento evidente da Nord di Avezzano verso l’Aquila.

Dal giornale “Times” del 14 giugno 1944: POPOLI TAKEN (Popoli presa). Le pattuglie alleate sono avanzate da Sulmona a Popoli lungo la strada principale n. 5 che attraversa l’Italia da Pescara a Roma per la via di Avezzano. (A. Bertillo e G. Pittarello)